Assemblea Generale CEI
Prolusione del 19 maggio: card. Bagnasco
«Non contiamo più sull'arte di arrangiarsi»
Cari e venerati Confratelli.
1. La Chiesa
La parola del Santo Padre Francesco, seguita dall’amabile dialogo che anche
quest’anno ha voluto intrattenere con noi, ha aperto la nostra Assise e
alimentato la nostra collegialità per affrontare con entusiasmo i lavori
dell’Assemblea Generale
L’Anno Santo della Misericordia è un dono del Papa alla Chiesa: lo
accogliamo con rinnovata gratitudine e lo vogliamo vivere con il nostro Clero,
le persone consacrate, le Comunità cristiane. Vogliamo viverlo “alla luce della
parola del Signore: Misericordiosi come il Padre” (Misericordiae Vultus 13),
così che sia un dono anche per il mondo il quale – quanto più è diviso e conflittuale
– tanto più anela a orizzonti nei quali la misericordia purifichi i cuori e
ispiri propositi di giustizia e di pace. La Porta Santa che il Papa aprirà in
San Pietro l’otto dicembre – e successivamente ciascuno nella propria Diocesi –
sarà meta e simbolo di rinnovamento interiore, perché il Signore sia reso
visibile al mondo. In particolare, il Santo Padre esorta il Popolo cristiano a
riscoprire “le opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per
risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà
e per entrare sempre più nel cuore del Vangelo” (id 15). Così pure ci invita a
rimettere al centro il sacramento della Riconciliazione, “perché permette di
toccare con mano la grandezza della misericordia” (id 17).
A Torino, dallo scorso 19 aprile, si sta svolgendo un pellegrinaggio continuo
alla Sindone, animato dalla speranza che nasce dalla croce del
Signore Gesù. L’ostensione pubblica, in riferimento alle celebrazioni per
l’anniversario della nascita di don Bosco, è offerta a tutto il popolo di Dio
con specifici itinerari e proposte di accoglienza, in particolare per i malati
e i giovani; culminerà nei giorni 21 e 22 giugno con la visita del Santo Padre.
Nel vivo dell’Anno della Vita Consacrata, vogliamo esprimere
collegialmente il nostro apprezzamento e la gratitudine per la presenza delle
persone consacrate: i loro doni e carismi arricchiscono le nostre Comunità ed
edificano il cammino unitario della Chiesa.
Stiamo camminando verso l’appuntamento del Sinodo nel prossimo
Ottobre. Dopo la fase Straordinaria, sarà il momento di quella Ordinaria, che
vedrà riuniti attorno al Papa i Vescovi Delegati degli Episcopati del mondo. Il
tesoro della preghiera, la ricchezza di contributi, il dialogo dei Padri alla
luce del Magistero e delle sfide attuali, ne faranno un’esperienza viva di
Chiesa che guarda con rinnovata convinzione alla famiglia e al matrimonio come
ad un patrimonio dell’umanità, comunità d’amore, grembo fecondo di vita e di
futuro, palestra primaria di dialogo e di relazioni tra generi e generazioni,
presidio di stabilità personale e collettiva. Per i credenti essa è anche
Chiesa domestica, che guarda alla Famiglia di Nazaret come modello sempre
attuale e forza sempre fresca. Consapevole delle prove e delle ferite che
affliggono non poche famiglie, lo sguardo del Sinodo sarà a tutto tondo –
dall’amore alla sessualità, dalla coppia al matrimonio e ai figli, dalle
difficoltà culturali a quelle sociali – tenendo presente che il focus non è
tanto la bellezza dell’amore in sé e in tutte le sue manifestazioni, ma la
famiglia. Sarà, quindi, un nuovo momento di esemplare discernimento dei Padri
“cum et sub Petro”, con l’intenzione non di far prevalere delle opinioni, ma il
cuore dei Pastori che hanno la missione di sostenere le anime con la
misericordia della verità e dell’amore. Al termine dei lavori tutto verrà
consegnato al Santo Padre, che ha la responsabilità ultima di ogni
discernimento dottrinale e pastorale. Come nello scorso anno, faremo una Veglia
di preghiera in Piazza San Pietro alla vigilia dell’Assise sinodale sabato
3 ottobre p.v. La forza della preghiera insieme al Papa accompagnerà il Sinodo,
perché ogni pensiero e parola siano sotto la luce dello Spirito che è verità e
carità.
Ci avviciniamo a grandi passi al Convegno Ecclesiale Nazionale che
si celebrerà a Firenze (9-13 novembre p.v.). Ringraziamo di cuore il Comitato
Preparatorio per l’impegnativo lavoro di organizzazione, e così l’Arcidiocesi
ospitante con il suo Pastore. Il tema del Convegno – “In Gesù Cristo il nuovo
umanesimo” – potrebbe suonare un po’ accademico e lontano dal vissuto della
gente. In realtà è quanto mai concreto e vicino, anzi urgente. Anche durante
l’ultimo Sinodo Straordinario (Roma, 5-19 ottobre 2014), è risuonata nell’aula,
per voce dei Padri sinodali di ogni punto della Terra, la gravità della
“questione antropologica”, cioè la progressiva mutazione dell’identità umana:
vi sono aree che ormai si trovano nel guado e altre che vedono avvicinarsi con
preoccupazione l’onda di piena. Prenderne atto con realismo e fiducia, chiamare
le cose per nome, metterle a tema alla luce di Gesù Cristo nel quale risplende
la pienezza dell’umano per rinnovare le vie del dialogo con le diverse culture,
è per noi Pastori un modo per essere “sale e luce”, samaritani amorevoli e
responsabili nel nostro tempo. Forse – così speriamo – portatori di un
contributo ad altre Chiese particolari. Nel recente incontro annuale del CCEE
(Consiglio Conferenze Episcopali Europee) e della KEK (Conferenza Chiese
Europee) (Roma, 6-8 maggio c.a.), durante il quale abbiamo avuto la gioia di
incontrare il Santo Padre, ragionando sul tema “La libertà e le libertà in una
società individualista”, è emersa da parte di tutti i delegati la rinnovata
fiducia nella ragione come capacità di cogliere il vero e il bene, di scoprire
la realtà delle cose, a cominciare dalla natura umana, fondamento anche del
diritto positivo. Si è sviluppata così una riflessione comune sulla linea della
fede e della ragione, della testimonianza e della argomentazione. La ragione
retta trova in Gesù i tratti fondamentali di quell’umanesimo integrale e
plenario che sembra si voglia confinare nei limiti della sola soggettività.
2. Un Calvario che continua
Il mondo procede nella storia tra luci e ombre: luci di progresso, ombre di
regresso. Come credenti, vediamo il bene sconfinato che circola sulla terra,
quello visibile e – molto di più – quello che non si vede perché è nelle pieghe
dei cuori e del quotidiano. Se la terra non implode è grazie non tanto alle
Carte dei Potenti, ma all’eroismo nascosto e concreto degli umili. I Grandi
condizionano la storia, ma sono i piccoli che la scrivono in profondità:
potremmo dire che gli uni spesso determinano il corso e le anse del fiume, gli
altri ne fanno il contenuto e la trasparenza. Chiaramente si creano delle
interdipendenze, ma noi crediamo che sia sempre il cuore di ogni uomo, come di
ogni popolo, il fattore principale della storia umana, e che sia questo cuore
da custodire perché non sia avvelenato dall’errore che genera mostri. In questo
senso, vorremmo che il Giubileo della Misericordia potesse raggiungere tutti
gli uomini della Terra.
Alle molte forme di violenza, si aggiungono gli squilibri della natura che
creano a volte tragedie immani. Il terremoto del Nepal – con le migliaia di
vittime, di feriti, di senza più nulla – è, in ordine di tempo, l’ultima strage
della natura. Siamo rimasti attoniti, senza parole ma con il cuore in
preghiera. I Vescovi hanno indetto subito una Colletta nazionale che si è
tenuta domenica scorsa che accompagna l’opera di Caritas Italiana con la nostra
vicinanza attiva.
La nostra Conferenza si era già aggregata alla solidarietà del mondo con tre
milioni di euro, prelevati dall’otto per mille, che sono arrivati ai Vescovi di
quelle popolazioni tramite il Nunzio Apostolico dell’area. I tre milioni vanno,
così, ad incrementare i 22 milioni della Comunità internazionale. Grazie alla
provvidenza dell’otto per mille si possono fare questi interventi e altri
ancora in Italia e nel mondo in via di sviluppo: mense, dormitori, scuole,
dispensari, ospedali, oratori per i ragazzi, esperienza di micro-credito…
Un secolo fa, in Anatolia, si è consumato “il primo genocidio del
ventesimo secolo”, ha detto il Papa nell’omelia della Messa dell’aprile scorso
per i fedeli di rito armeno: in neppure due anni, un milione e mezzo di persone
– uomini e donne, bambini e anziani – sono stati eliminati in modo lucido e
programmato! La memoria di tale sterminio – che a fatica il mondo occidentale
sta riconoscendo – deve essere omaggio alla verità e monito efficace per la
cultura del rispetto e della non violenza, della giustizia e della pace.
Il ricordo del popolo armeno va ad aggiungersi alla continua persecuzione
dei cristiani in diverse parti del mondo: non accada che subentri
l’abitudine e quindi l’indifferenza davanti al persistere di tanta brutalità
omicida, travestita di religione. Spegnere i riflettori e stare in silenzio,
lasciando che la carneficina continui, sarebbe diventarne conniventi, colpevoli
di fronte al tribunale di Dio e della storia. Sarebbe l’ennesima prova della
cattiva coscienza dei potenti. Le nostre Chiese si uniranno in una grande
preghiera sabato prossimo, 23 maggio, vigilia di Pentecoste: nel vincolo delle
anime ci troveremo uniti e inchinati davanti al martiro di tanti fratelli e
sorelle di fede. Alcune Agenzie internazionali affermano, dati alla mano, che
il 2014 è “l’anno con il più alto livello di persecuzione globale dei cristiani
dell’era moderna” (Rapporto “World Watch”) e che “il calo costante è tale che
molti cristiani temono che le loro chiese si trasformeranno in musei piuttosto
che luoghi di culto” (Center for American Progress). Le soluzioni non sono
semplici, ma pensiamo che la diplomazia possa fare molto di più, se le
Cancellerie lo permetteranno: “isolare” dovrebbe essere la parola d’ordine. In
primo luogo isolare il fanatismo omicida dell’Isis e similari sul piano
dell’opinione pubblica mondiale con una reiterata condanna: nessuno giustifichi
con le parole o con il silenzio! In secondo luogo, troncare ogni rapporto
economico o geopolitico pubblico e, soprattutto, segreto: nessuno commerci con
la vita umana! Se i Governi del mondo non avranno questa volontà e non
decideranno di conseguenza, la diplomazia avrà sempre poco respiro.
3. Il Paese
Non possiamo ora non guardare con rinnovato amore al nostro Paese. I
movimenti politici sono incalzanti ed esprimono la volontà di affrontare i nodi
antichi e nuovi del Paese al fine del loro superamento. La
preoccupazione fondamentale della gente resta l’occupazione: i segnali di
ripresa sembrano essere reali nella macroeconomia, ma la disoccupazione resta
la piaga del nostro tempo. Non di rado, noi Pastori restiamo meravigliati di
come in tale situazione molte famiglie riescano a tirare avanti.
Vivere con la gente è la missione della Chiesa: insieme ai nostri amati
Sacerdoti, siamo i primi a vivere questa grazia per cui gioie e dolori del
nostro tempo sono gioie e dolori, speranze e preoccupazioni di noi tutti. Per
questa ragione, per conoscenza diretta e personale, se da una parte ascoltiamo
i messaggi di svolta e di fiducia che provengono da politici ed esperti,
dall’altra non vediamo i disoccupati diminuire, né i giovani entrare finalmente
nel mondo del lavoro. Sappiamo che la realtà è più complessa delle
rappresentazioni generali e affrettate, che il mercato del lavoro è cambiato su
scala planetaria, che le ricadute positive sull’economia reale richiedono tempo
rispetto ai movimenti positivi; sappiamo che oggi si richiede maggiore
flessibilità, disponibilità e inventiva da parte di tutti, ma tutto ciò non
cambia la realtà visibile di una disoccupazione ancora amplissima e – in certe
zone – crescente. Soprattutto, non si deve radicare in nessuno, a cominciare
dai più giovani, il sentimento della sfiducia e della rassegnazione. Che tipo
di vita sarebbe? Senza significato, senza spinta, senza entusiasmo, senza
dignità personale non solo perché senza futuro, ma anche perché si sentirebbero
rifiutati dalla società e costretti a rimediare – in qualunque modo – le
giornate per sé e per le proprie famiglie. Gli esperti dicono che sono
necessarie visioni industriali di ampio respiro, logiche non dominate dalla
finanza, che mirino a rilanciare le eccellenze italiane: queste sono concupite
da molti occhi stranieri, che a volte ne sono ormai già diventati
padroni. Sanare vuol dire innovare. Sullo sviluppo, sulla continua e
veloce innovazione, è necessario che il politici concentrino tutte le loro
energie e il loro tempo: di questo dovranno rendere conto severo ai
cittadini che li hanno eletti. Di questo, che è il problema vero, più urgente e
drammatico, della gente: nessuno faccia affidamento sull’arte dell’arrangiarsi
che, come la storia insegna, porta facilmente su vie pericolose che vanno ad
aggiungere altri gravissimi problemi per i singoli, le famiglie, la tenuta
sociale. È questa la vera bandiera da guardare oggi e per cui impiegare ogni
energia, non altre che sono chiaramente di parte e non urgenti. La gente guarda
e attende. Vogliamo sperare che la grande vetrina dell’EXPO di
Milano rappresenti un’ occasione perché l’Italia, offrendo il meglio
di sé, possa essere apprezzata e valorizzata a livello mondiale nella sua
bellezza, creatività e affidabilità produttiva.
La realtà dei migranti, in questi ultimi tempi, ha tenuto desta e tesa
l’attenzione dell’Europa intera. Siamo addolorati per la tragedia senza fine di
tanta povera gente costretta a trasformare la vita in una fuga verso l’ignoto,
prima lungo il deserto e sul mare per canali sconosciuti, e poi sulla terra
ferma: “Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita
migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerra; cercano
una vita migliore” (Papa Francesco, Regina coeli, 19.4.2015). Sono costretti a
lasciare i propri Paesi che, per quanto devastati da guerre e violenze,
persecuzioni e brutalità, carestie e miseria, costituiscono pur sempre la loro
terra. Ancora una volta – nella storia – tocchiamo con mano l’abisso del cuore
umano che arriva a speculare sulle miserie dei poveri e dei deboli; e, per
cavare il massimo del profitto, aggrava le vessazioni e le torture dei miseri.
Pensiamo con orrore agli “scafisti”, criminali dell’umanità, disposti a
uccidere con lucida e cinica programmazione. Il nostro Paese ha fatto non poco
attraverso le sue istituzioni politiche, civili e militari, anche se, a volte,
tra non poche polemiche: ma quale alternativa non demagogica o peggio? È
evidente che l’accoglienza umanitaria vada sempre accompagnata dalla legalità e
dalla sicurezza di tutti; ed è evidente che all’accoglienza deve corrispondere
coscienza e disponibilità.
Finalmente, l’Europa sembra “aver dato un colpo”, quello che da
anni si è atteso e forse si doveva pretendere: certe normative europee sembrano
non tanto garantire il bene comune, ma piuttosto gli interessi di pochi. Il
“colpo” dato, in verità, è flebile ma sembra riconoscere che i Paesi membri sul
mare sono la porta di casa e quindi nessuno se ne può disinteressare. Esprime,
dunque, una duplice coscienza: di ciò che l’Europa dice di voler essere – casa
comune – e della tragedia umanitaria in atto che interpella il grado dell’
umanesimo europeo. Il segnale è dunque apprezzabile, ma avaro: basta pensare
che nel 2014 furono impiegate in Italia risorse per 650 milioni, e per
quest’anno sono stimati 800 milioni di euro. L’Unione Europea ne ha stanziati,
per tutti i 25 Paesi membri, 60! La Chiesa italiana, attraverso le sue
molteplici realtà, collabora e continua a collaborare in termini di strutture,
organizzazioni, risorse, mantenendo la doverosa attenzione per tutti. Vogliamo
qui ringraziare i sacerdoti, i consacrati, gli operatori, le comunità
cristiane, per la dedizione intelligente e fraterna. Il dramma globale dovrà
essere affrontato con logiche più stringenti, concrete, tempestive, che
prevedano interventi nei Paesi di provenienza per superare le cause di tanta
fuga coatta, e per creare un quadro normativo chiaro e ordinato vincolante per
tutti gli Stati membri, cosicché, nell’Europa moderna, le persone non si
sentano né ingombri, né assistite.
Un fenomeno che alimenta preoccupazione generale, ma che dovrebbe essere
maggiormente considerato, è quello dei ragazzi che, dagli 11 ai 17
anni, sono facile preda dell’alcol: è stato comunicato che, nello scorso
anno, sono stati almeno 75.000! Che cosa stiamo testimoniando ai nostri
giovani? Quale educazione, quali valori, quale visione della vita, quale idea
di felicità? La loro libertà è veramente libera? La società si pone questi
interrogativi inquietanti? Oppure si gira dall’altra parte, cercando di
compensare con le cose le nostre mancanze educative, le visioni corte della
vita? L’altro fenomeno in crescita, sotto lo sguardo distratto di molti e
compiaciuto di alcuni, è il gioco d’azzardo. Basta considerare le
cifre: negli ultimi due anni il fatturato è stato di 90 miliardi, terzo
fatturato dopo ENI ed ENEL! Rappresenta il 10% dei consumi delle famiglie
italiane ed è valutato in circa 800 miliardi. Il 40% del fatturato è dovuto
alle slot machine che in Italia sono 414.000: una ogni 145 abitanti, a fronte
di una ogni 261 abitanti in Germania, e negli Stati Uniti una ogni 372
abitanti. Infine, i giocatori patologici sono stimati in circa 700/800 mila.
Presto dovrebbe uscire un’importante normativa, ma che ad oggi sembra non
contenere alcuna limitazione circa l’apertura delle sale da gioco, né circa la
pubblicità del gioco d’azzardo. Questa specie di droga insidia ogni fascia
d’età, mangiando risparmi e pensioni, a volte interi stipendi di famiglia. Naturalmente,
sono preda più facile coloro che sono meno abbienti e più deboli. Ringraziamo
il quotidiano “Avvenire” per la continua e puntuale attenzione dedicata a
questo dramma verso il quale non mancano realtà ecclesiali e gruppi che da
tempo si impegnano con la loro vicinanza e il loro aiuto.
Entra così in campo la scuola, istituzione che ha il compito di
affiancare i genitori nell’arduo e affascinante compito educativo. Molto si è
discusso sulla “buona scuola”, e le tensioni si sono manifestate sia sulla
volontà di cambiamento, sia sulle forme e sui tempi. Dato l’argomento, il buon
senso e la storia suggeriscono di trovare delle sintesi in tempi ragionevoli,
magari distinguendo temi e obiettivi. Chi non ricorda, un anno fa, i 300 mila
col Papa per un vero patto educativo, e per una buona scuola in Piazza San
Pietro? Quella visione e quell’onda non sono scomparse. È l’onda di un popolo
che è appassionato per il futuro del Paese, futuro che passa attraverso
l’educazione delle giovani generazioni. Un popolo senza targhe, trasversale,
grande più di quanto s’immagini, che non intende fare da spettatore su quanto
accade o accadrà sulla pelle dei propri figli. Chiede una struttura più giusta
e adeguata per sedi e organici, un’istruzione solida ed essenziale, una formazione
professionale stimata e sostenuta; in una parola, un’educazione integrale per
tutti, educazione di base che molti Paesi avanzati non hanno e ci invidiano, ma
libera, lontana da schemi statalisti, antiliberali. Con il Papa diciamo no ad
una scuola dell’indottrinamento, della “colonizzazione ideologica”. Diciamo sì
alla scuola libera, libera non perché sganciata dal sistema scolastico
nazionale, ma perché scelta dai genitori, primi e insostituibili educatori dei
loro figli. Sarebbe il tempo di attuare quanto previsto dalla legge 62/2000 a
proposito del “sistema italiano della pubblica istruzione”, nel quale sia la
scuola statale sia le scuole paritarie vengono riconosciute a pieno titolo
pubblico servizio. In questa prospettiva, si giustifica il “bonus” per i
genitori da utilizzare nella scuola prescelta. È utile segnalare che, tra le
modifiche approvate in Commissione al testo in questione, vi è quella che
prevede l’insegnamento della parità di genere in tutti gli istituti. Una simile
previsione sembra rappresentare l’ennesimo esempio di quella che Papa Francesco
ha definito “colonizzazione ideologica: entrano in un popolo con un’idea che
non ha niente a che fare col popolo; con gruppi del popolo sì, ma non col
popolo, e colonizzano il popolo con un’idea che cambia o vuol cambiare una
mentalità o una struttura” (Papa Francesco, Conferenza Stampa nel volo di
ritorno dalle Filippine, 19.1.2015). Educare al rispetto di tutti, alla non
discriminazione e al superamento di ogni forma di bullismo e di omofobia, è
doveroso, lo abbiamo sempre affermato: rientra nei compiti della scuola. Ma
l’educazione alla parità di genere, oggi sempre più spesso invocata, mira in
realtà ad introdurre nelle scuole quella teoria in base alla quale la
femminilità e la mascolinità non sarebbero determinate fondamentalmente dal
sesso, ma dalla cultura.
Abbiamo chiamato in causa la famiglia, perno insostituibile e
incomparabile della società. Nell’orizzonte parlamentare va avanti il disegno
di legge delle cosiddette “unioni civili e delle convivenze”. Il Concilio
Vaticano II e il Magistero dei Pontefici hanno sempre ribadito che è dovere dei
Vescovi dire una parola quando è in gioco il bene dell’uomo, soprattutto quando
si toccano i fondamentali dell’umano: “Ogni minaccia alla famiglia è una
minaccia alla società stessa” (Papa Francesco, Discorso a Manila,
16.1.2015). Già a Rio de Janeiro il Pontefice aveva ribadito che “non c’è vera
promozione del bene comune, né vero sviluppo dell’uomo, quando si ignorano i
pilastri fondamentali che reggono una Nazione, i suoi beni immateriali: la
vita, che è dono di Dio, valore da tutelare e promuovere sempre; la famiglia,
fondamento della convivenza e rimedio contro lo sfaldamento sociale” (Discorso,
25.7.2013). A proposito della sacralità della vita, il Santo Padre ha
incoraggiato “ad intensificare la pastorale della famiglia (…) affinché, di
fronte alla cultura disumanizzante della morte, diventi promotrice della
cultura del rispetto per la vita in tutte le sue fasi, dal concepimento fino
alla morte naturale” (Papa Francesco, Discorso ai Vescovi del Messico,
19.5.2014). Ancora una volta ricordiamo che non sono in questione le scelte
individuali delle singole persone. Ribadiamo la dottrina della Chiesa circa le
situazioni oggettive, viste non solo attraverso l’occhio della fede e della
Rivelazione, ma anche con l’occhio della retta ragione e dell’esperienza
universale, tanto che il Santo Padre è intervenuto molte volte e con grande
chiarezza: “La famiglia è anche minacciata dai crescenti tentativi da parte di
alcuni per ridefinire la stessa istituzione del matrimonio mediante il
relativismo, la cultura dell’effimero, una mancanza di apertura alla vita”
(id). E ancora: “L’individualismo postmoderno e globalizzato favorisce uno
stile di vita che indebolisce lo sviluppo e la stabilità dei legami tra le
persone, e che snatura i vincoli familiari” (Papa Francesco, EG 67). Di
decisiva importanza è anche l’affermazione per cui oggi “Il matrimonio tende ad
essere visto come una mera forma di gratificazione affettiva che può
costituirsi in qualsiasi modo e modificarsi secondo la sensibilità di ognuno”
(id 66). Ora, il testo di legge in questione ancora una volta conferma la
configurazione delle unioni civili omosessuali in senso paramatrimoniale. Tale
palese equiparazione viene descritta senza usare la parola “matrimonio”, ma in
modo inequivocabile: “le disposizioni contenenti le parole ‘coniuge’,
‘coniugi’, ‘marito’ e ‘moglie’, ovunque ricorrano nelle leggi, nei decreti e
nei regolamenti, si applicano anche alla parte della unione civile tra persone
dello stesso sesso” (art. 3). Questa equiparazione riguarda anche la
possibilità di adozione, che per ora si limita all’eventuale figlio del partner
(art. 5). È evidente che – come è successo in altri Paesi – l’adozione di
bambini sarà estesa senza l’iniziale limitazione. Così come è evidente, ancora
alla luce di quanto accade altrove, che presto sarà legittimato il ricorso al
cosiddetto “utero in affitto”, che sfrutta indegnamente le condizioni di
bisogno della donna e riduce il bambino a mero oggetto di compravendita. Il
desiderio della maternità o della paternità non può mai trasformarsi in diritto
per nessuno. Si alimenta anche così la “cultura dello scarto”, categoria che
tanto piace se applicata a certe situazioni, ma non a queste: “Occorre ribadire
il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con papà e una mamma, capaci
di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva.
Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la
mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la
maturità affettiva (…) Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non
sono cavie da laboratorio. Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo
vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti;
conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, pretesa la
modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale
del pensiero unico” (Papa Francesco, Discorso alla Delegazione dell’Ufficio
internazionale Cattolico dell’Infanzia, 11.4.2014). In altra occasione il Santo
Padre ha ribadito che “questa complementarietà sta alla base del matrimonio e
della famiglia” (Discorso alla Congregazione per la Dottrina della Fede,
17.11.2014). A Napoli il Papa disse che la cosiddetta “teoria del gender” è uno
“sbaglio della mente umana” (Discorso 21.3.2015) e successivamente ha espresso
il dubbio “se la cosiddetta teoria del gender non sia anche espressione di una
frustrazione e di una rassegnazione che mira a cancellare la differenza
sessuale perché non sa confrontarsi con essa” (Papa Francesco, Udienza
generale, 15.4.2015).
Un’ultima parola dobbiamo dirla sul “divorzio breve”. Si puntava sul
“divorzio lampo” e su questo si ritornerà non appena i venti saranno propizi.
Ma sopprimere un tempo più disteso per la riflessione, specialmente in presenza
di figli, è proprio un bene? Si favorisce la felicità delle persone o si
incentiva la fretta? “Quando si tratta dei bambini che vengono al mondo, nessun
sacrificio degli adulti sarà giudicato troppo costoso e troppo grande pur di
evitare che un bambino pensi di essere uno sbaglio” (Papa Francesco, Udienza
generale, 8.4.2015).
Tutti guardiamo con gratitudine all’alto Magistero del Santo Padre Francesco,
qui riproposto in un contesto sociale e storico quanto mai bisognoso di essere
illuminato e confermato nella via della verità e del bene. Sembra però che a
volte, certe parole del Papa, non in linea con il pensiero unico, siano
selezionate e oscurate da chi ha altre parole da far valere e diffondere nella
pubblica opinione.
Vi ringrazio, cari Confratelli, per l’ascolto paziente di queste considerazioni
che hanno dovuto tenere conto dei molteplici argomenti che toccano anche il nostro
Paese. Su noi, sull'Italia, sulle nostre amate Comunità, invochiamo la
benedizione del Risorto asceso al cielo: rinnovi su noi e su tutti il dono
corroborante del suo Spirito, che a Pentecoste invocheremo con la Chiesa
intera.
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IL PROGETTO PASTORALE DI EVANGELII GAUDIUM
Incontro internazionale
SINTESI DELLE RELAZIONI
18-20 Settembre 2014
http://www.novaevangelizatio.va/content/dam/nvev/Documenti/Relazioni%20Incontro%20EG.pdf
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I nuovi orientamenti per la catechesi
approvati dai vescovi italiani
(21 maggio 2014)
http://www.chiesacattolica.it/cci_new_v3/allegati/52305/Incontriamo%20Gesu.pdf
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CATECHESI ANNO PASTORALE 2013-2014:
CATECHESI ANNO PASTORALE 2013-2014:
Le opere di misericordia:
Corporali
1. Dar da mangiare agli affamati
2. Dar da bere agli assetati
3. Vestire gli ignudi
4. Alloggiare i pellegrini
5. Visitare gli infermi
6. Visitare i carcerati
7. Seppellire i
morti
Spirituali
1. Consigliare i dubbiosi
2. Insegnare agli ignoranti
3. Ammonire i peccatori
4. Consolare gli afflitti
5. Perdonare le offese
6. Sopportare pazientemente le persone moleste
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti
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